Rispettate i grandi uomini
| Pubblicato su: | Leonardo, anno III, fasc. 17, pp. 132-133 | ||
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| Data: | giugno-agosto 1905 |

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Il Leonardo ha commesso certo, nel corso della sua breve ma scandalosa esistenza, moltissimi peccati e questi, invece di renderci troppo rossi per la vergogna, incoraggiano la nostra deplorevole superbia giacchè tutti sanno che bisogna peccar molto per avere le gioie del pentimento e la certezza della salvazione. Tanti più falli commettiamo e tanto maggiore e meritorio sarà il nostro ravvedimento che certo non potrà mancare vista la sollecitudine che molti capi di famiglia dimostrano per i nostri traviamenti.
Ma il più grosso, il più capitale, il più mortale dei nostri peccati è certamente quello dell'irriverenza verso i grandi, quella mancanza di rispetto, di cortesia, di venerazione che dà al Leonardo l'aspetto di un intermittente pamphlet contro vivi e contro morti.
Di questo peccato per ora non abbiamo intenzione di pentirci e perciò non ne parlo per scusarmene. Ne parlo anzi per accusare gli altri, per accusare tutti coloro (e son molti e ce ne sono fra i nostri accusatori) i quali fin che sono tra conoscenti, in un salotto, in un caffè, per la via, parlano di certuni molto più irriverentemente e malignamente di quel che non facciano, ma poi non hanno il coraggio (e si arrabbiano quando altri l'ha) di scrivere una parte di ciò ch'essi dicono. Finchè si tratta di ciarlare in confidenza sono tigri. Quando si tratta di scrivere e di pubblicare diventano conigli. I fantasmi delle promozioni e delle protezioni, delle cattedre e dei concorsi impediscono loro di passare a guado tra le parole dette e le parole stampate.
Tutti questi galantuomini hanno sviluppato il precetto kantiano che non si devo dire niente che non sia vero ma che non c'è bisogno di dire tutto il vero e hanno pensato che bisogna tutt'al più, scrivere
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solo ciò che si pensa ma che non c'è bisogno di scrivere tutto ciò che si pensa.
Noi che non siamo nè cointeressati nelle ditte scolastiche e che non siamo degli etici kantiani abbiamo la buona abitudine di scrivere e di pubblicare buona parte di ciò che pensiamo e diciamo.
Naturalmente tutto questo ci porta a esser decorati coi nomi di demolitori, villani, iconoclasti e simili i quali, come i nomi di gueux, di sansculottes e di decadente diventeranno a poco a poco, e anche per merito nostro, degli appellativi storici e magari onorifici. Lasciate fare al tempo ed ai vocabolari!
Ma non voglio lasciare questa piccola questione senza domandare un'informazione ai critici dei critici ed ai demolitori dei demolitori. Più volte a proposito di nostri attacchi un po' violenti ci siamo sentiti dire: Perchè dir male di quel povero giovane? Lasciatelo fare e vedrete che migliorerà! Perchè prendersela con quel povero vecchio? Ormai non può far più niente e voi lo amareggiate inutilmente. Aspettate almeno che muoia! Perchè maltrattare a quel modo quel povero morto? Abbiate almeno il rispetto dei defunti che non si posso» difendere!
Ora io vorrei sapere da qualche anima buona a quale età e in qual tempo si può parlare francamente di una persona.
I giovani bisogna lasciarli stare perchè sono delle speranze — i vecchi sono intangibili perchè innocui e canuti — i morti son sacri perchè son morti. Chi lascerete dunque a nostra disposizione? E in qual momento potremo parlarne?
Non ci resta altro partito, mi sembra, che quello di criticare i grandi uomini avanti che nascano, quando non sono nè giovani nè vecchi nè morti. Al prossimo numero, dunque, la demolizione del feto di un futuro illustre filosofo italiano.
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